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Ascoltare e sentire nello Yoga

Quattro passi per imparare ad ascoltare e sentire

Immaginiamo le nostre prime esperienze con lo yoga, o le ragioni per le quali qualcuno va a fare yoga per la prima volta. Immaginiamo di essere in un corso dove ci si sposta da una posizione all’altra, mettendo tutta l’attenzione sulle posizioni, con istruzioni molto precise sull’allineamento e la postura. Ci si ritrova in un corso dove il maestro ci dice di fare delle posizioni – delle Asana – e come farle. In molto dettaglio, il maestro ci spiega come entrare e uscire dalle posizioni, parla anche delle nostre ossa e magari anche di legamenti e tendini. Ci spiega cosa fare con le nostre ossa: dove metterle e come muoverle. Nella migliore delle ipotesi ci si annoia molto in fretta. Il maestro ci sta facendo pensare, piuttosto che sentire. Se il maestro vuole che io rimanga dentro la mia testa, preferisco non esserci pensando alle mie ossa. Preferisco pensare alla cena di stasera. Quindi mi ritrovo a pensare alla cena di stasera. Ma sono a yoga perché dovrebbe farmi bene, però mi ritrovo a voler essere altrove. Perché la cena non è ancora arrivata e mi tocca aspettare ancora un pò prima di poter mangiare. Questa è la migliore delle ipotesi: sono completamente scollegata da quello che sto sentendo. Nella peggiore delle ipotesi, mi ritrovo a cercare di fare delle posizioni e mi sto sforzando di farle giuste, come le fa il maestro. Questo porta inevitabilmente più stress e tensione nel nostro corpo e mente. In questo modo il nostro corpo si riempie di cortisolo, e in realtà dopo una lezione di yoga ci sentiremo più tesi e indolenziti. Ci troveremo più propensi alle lesioni o con ipermobilità nelle nostre articolazioni.

Se, invece, immaginiamo di essere li per sentire, sentire veramente, in un attimo, ogni singolo angolo del nostro corpo che si muove diventa interessante. Diventa un processo per conoscere sé stessi. Il corpo si riempie di ossitocina, ci sentiamo connessi e centrati. Si diventa il proprio medico curante. Si diventa più felici e sani. La cosa migliore è che questa sensazione la possiamo trasportare oltre la nostra pratica di un’ora di yoga. Possiamo portarla nella nostra vita quotidiana, tutti i giorni, in qualunque luogo ci troviamo, e in qualunque situazione.

I. Passare dalle regole alle sensazioni

Quando entriamo in una posizione, cominciamo a sentire quello che proviamo. Osserviamo l’entità mente-corpo da un punto di vista neutrale, lasciando che la nostra attenzione sia a riposo, come la polvere che si posa su un tavolo, lentamente. Senza sforzo e senza fretta. Semplicemente sentiamo quello che accade e accettiamo tutto quello che siamo e ciò che portiamo al tappetino. In questo modo iniziamo a conoscere noi stessi, e a diventare amici di noi stessi. Senza questo testimone neutrale non saremo in grado di andare avanti nella pratica e capire come andare avanti. Questo processo ci aiuta a conoscere noi stessi, accettare noi stessi e lasciarci andare all’esperienza. Lentamente iniziamo a vedere le cose non per come vogliamo che siano ma come sono veramente.

Cercare di portare tutti nelle stesse Asana, come nelle lezioni di yoga che si basano sull’allineamento, cercano di portare tutti ad essere in un solo modo. Ma se ci rendessimo conto che siamo tutti unici e diversi, potremmo accettare il fatto che è meglio adattare le Asana al nostro corpo e non viceversa. Praticando in questo modo, diventiamo la migliore versione di noi stessi, ma solo se aspiriamo a diventare la migliore versione di noi stessi e non di qualcun’altro. Possiamo iniziare a spostare l’attenzione da un’esperienza “esterna”, fatta di posizioni esteticamente meravigliose e dettate da regole ben precise, a una esperienza “interna” di noi stessi. La guida sono le nostre sensazioni, non una fotografia o delle regole inventate da qualcun’altro per qualcun’altro. Praticando in quest’ottica, ci si ritrova a confrontarsi con sé stessi, e a lavorare con quello che ognuno di noi ha da offrire.

II. Spostare l’interesse dalle posizioni finite al momento presente

La prima volta che entriamo in una posizione ci confrontiamo con la nostra abilità o difficoltà di affrontare questa nuova forma. Sentiamo tutti i punti dove c’è tensione. Queste aree di tensione accumulata rappresentano la ripetizione dei nostri pensieri, le nostre paure, tensioni e ansie formando diverse forme di tensione e dando forma alla nostra postura individuale e atteggiamento alla vita. Ciò che pensiamo, diventiamo. Troviamo anche la storia del nostro corpo nella forma di traumi, cicatrici e malattie, del presente e del passato. Raggiungiamo un punto dove ci confrontiamo con tutti questi aspetti e ci vediamo costretti ad affrontarli, siamo aperti alla possibilità di andare oltre questi limiti. Spesso questo è un momento molto faticoso. La nostra idea di quanto bella e comoda può essere una lezione di Yoga svanisce del tutto dal momento in cui ci pieghiamo in avanti in Pashimottanasana e sentiamo i nostri Ischio-crurali urlare. Per fortuna, siamo in grado di entrare in contatto con questa tensione.
Molte filosofie diverse di yoga sono d’accordo che le posizioni non sono così importanti, ciò che è importante è quello che risiede nella nostra mente. La diretta esperienza del sé. Ma quando la pratica comincia, la filosofia sparisce. L’istruzione di come fare le posizioni prende piede e la lezione diventa un semplice dettare le regole di come eseguirle, e di come correggerle. Che già di per sé, significa che stiamo facendo qualcosa di sbagliato.

Quello che ho capito strada facendo, è che è importante portare in parallelo sia la pratica che la filosofia. Le posizioni non sono lo scopo. Non è più importante essere in una posizione specifica più che in un’altra. Non esiste nessun legame comprovato tra una persona che sa rimanere 30 minuti sulla testa e l’avere anche una vita felice e piena. Ogni singolo angolo del nostro corpo è ugualmente importante. Ogni singolo angolo del nostro corpo che possiamo muovere è ugualmente importante. Lo scopo è sentire, percepire. Noi stessi siamo lo scopo.
In questo modo lentamente si lasciano andare le posizioni “finite” e preconfezionate, si abbandona il voler raggiungere a tutti i costi il limite della posizione perfetta. Piuttosto, ci si collega con quello che si sente, nel momento presente. Questo avviene solo se dimentichiamo le posizioni come scopo, come meta finale. Non si vuole più raggiungere qualcosa che non siamo, o di fare una posizione che non ci appartiene. Siamo qui solo per sentire e conoscere meglio noi stessi. Quindi, a cosa servono le Asana? Le posizioni ci insegnano a muoverci con grazia e coordinamento, impariamo a svolgere posizioni facili e difficili con lo stesso atteggiamento di calma e serenità. Conoscendo il proprio corpo e mente in questo modo non competitivo, si riesce a praticare in modo più semplice.

III. Spostare la sorgente dall’esterno verso l’interno

Esistono mille modi per fare le cose nel modo più complicato e difficile che esiste. Se si preferisce fare le cose in modo difficile allora tutte le regole sono molto utili, anche se siamo persone che hanno bisogno di un certo rigore e struttura. Ma è fondamentale sapere che esistono altri modi. Se vogliamo fare le cose difficili in modo semplice, non dobbiamo seguire le regole. Dobbiamo seguire noi stessi, da dentro di noi, dalla conoscenza di noi stessi. Non assomiglieremo a nessun altro, se non noi stessi. Assomiglieremo a noi e ci sentiremo come noi. E’ un modo meraviglioso per conoscerci. Spostando l’attenzione dall’esterno verso l’interno, diventiamo noi la guida di noi stessi. La sorgente della conoscenza non sono più le regole, le forme e la teoria studiata. Noi siamo la sorgente della conoscenza. Per questo durante la formazione insegnanti continuavano a dirci che prima dovevamo praticare noi, sperimentare noi, e che solo così saremo stati in grado di sentire veramente quello che stavamo facendo e riuscire poi a trasmetterlo. Solo sperimentando di prima persona.

Noi diventiamo la sorgente. Altrimenti lo yoga può diventare l’esperienza esterna delle regole di qualcun’altro, applicati al nostro corpo, provenienti da guru che non ci hanno mai visto. Ma lo yoga può diventare l’esperienza interna di noi stessi. Nessuna regola ferrea, nessun modo “corretto” di eseguire, solo ciò che troviamo ogni giorno dentro di noi. Noi siamo la sorgente. Probabilmente è l’unico modo perché funzioni, per ognuno di noi. Chiaramente questo metodo forse non funziona tanto bene per pilotare un aereo, ma funziona perfettamente per lo yoga. Soprattutto, si presta molto bene anche per la vita e la salute. Non si tratta di fare yoga, si tratta di scoprire noi stessi.

IV. Collegarci al respiro

Cominciamo ad utilizzare il respiro per sentire questi luoghi di tensione che si manifestano mentre pratichiamo. Seguiamo il nostro respiro, il quale ci guiderà verso le aree bloccate e ci aiuterà a scioglierle. Mentre respiriamo realizziamo che ci sono tre fasi per ciascun respiro: l’ascesa, la pausa e la dissoluzione, seguita da un’altra pausa. Mentre ascoltiamo questa sintonia e ci colleghiamo al nostro respiro, impariamo a sincronizzare la nostra pratica per espandere l’inspiro, rilassare l’espiro e fare delle pause tra l’uno e l’altro. Con la pratica, saremo in grado di portare il nostro respiro, corpo e mente in una azione unica. Ci colleghiamo con il ritmo naturale della natura che nasce dalla quiete, si manifesta e diventa forma, e poi ritorna nella quiete. Cominciamo ad accettare che tutto è in costante cambiamento e continua a scorrere, e lentamente saremo anche in grado di muoverci insieme a questo movimento in modo elegante e con grazia. Forse saremo anche in grado di percepire i sentimenti, pensieri e sensazioni che ci attraversano, e che questi non hanno bisogno di solidificarsi dentro di noi. E così, si diventa una persona che occasionalmente sente tensione, ma non una persona tesa, come citava Siegel. Il ritmo naturale però, non si trova semplicemente praticando una postura dopo l’altra, ma attraverso l’esplorazione curiosa, innocente e onesta. Saremo più tranquilli con il concetto del non sapere, se siamo in grado di esplorare con autentica curiosità.

La postura cambia piano piano, così come il nostro collegamento con il respiro. Con il tempo la postura diventerà più comoda, permettendo il Prana, cioè la nostra forza vitale o respiro, di fluire naturalmente al nostro interno e tutto attorno a noi. Lentamente possiamo percepire meglio il silenzio che si trova in mezzo, all’interno e attorno tutti i movimenti. Questa consapevolezza è maggiormente palpabile quando sediamo in meditazione, quando teniamo una posizione statica o quando ascoltiamo consciamente la pausa che si forma tra due respiri. Quando il nostro movimento sarà completamente uno con il respiro, la consapevolezza della quiete si manifesterà. Eventualmente, non si diventa solo consapevoli della quiete, ma si diventa quiete.

 

 

 

Concetti del movimento naturale tratti dal libro di Tara Stiles e Mike Taylor “Guiding Strala”

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